I figli dell'inverno

Autore: Duncan

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Per i Padri dei Padri, coloro che per primi attraversarono i Monti Guardiani in cerca di un luogo da chiamare casa, la prima neve era presagio di sventura. Le storie del nostro popolo raccontano di come ogni Inverno, giorno dopo giorno, le madri piangessero i figli, portati via dal freddo e dalla fame, e di come odiassero questo luogo, le terre de Lungo Inverno, per quanto fosse la loro unica speranza di salvezza. Generazioni di sofferenze, di freddo fame e guerra contro un nemico che sembra invincibile, avrebbero piegato qualunque popolo, ma non noi, non i figli dei Ribelli.
Siamo stati i legittimi eredi delle terre del tramonto, delle loro foreste e dei loro monti, gli unici ad avere il coraggio di difendere lottando la propria libertà. Siamo stati l'ultima speranza, poi divenimmo i Ribelli e il nemico, fummo gli esiliati, i maledetti, e la nostra condanna fu la fuga: l'unico popolo che non era mai fuggito fu costretto a scappare qui, in queste avare terre, che ogni giorno esigono il loro tributo in sangue. L'inverno è entrato in noi, ha ucciso i deboli e gli inetti, ha svegliato il Potere, ha lottato con noi ogni giorno, a lui abbiamo strappato il diritto a vivere e, infine, non più nemico mortale è divenuto la nostra forza, e lo porteremo con noi nella nostra marcia verso le terre dell'Estate. Ora siediti e ascolta, affinché questa storia non vada perduta, ti narrerò del popolo che difese il proprio diritto a vivere libero e per questo fu maledetto, ti narrerò dei Signori del grande Nord, di coloro che porteranno l'Inverno sull'Invasore.

Ricordo con certezza almeno venti inverni, e almeno altrettanti devo averli dimenticati, poiché quando mi chino a bere sulle sponde calme, ciò che vedo è il volto di un uomo che ha superato la mezzanotte della sua esistenza. Quando nacqui la prima neve era scesa che ancora i profumi dell'estate erano vividi nella mente del lupo, annunciando un inverno lungo e difficile. Nato nel cuore della stagione fredda, nessuno credeva avrei visto la mia prima Estate; ma il Padre Cielo mandò presto la sua pioggia a fecondare la Madre Terra, la neve si sciolse e le foreste rifiorirono molto prima di quanto ci si aspettasse. Tutti i cuccioli nati quell'inverno nel mio piccolo clan, il clan del Passo delle Mille Orme, sopravvissero. Il vecchio sciamano disse che era un segno, la profezia di una nuova era; i Figli dell'Inverno ci chiamarono e a me fu dato il nome di Dun-Can: "colui che porta il risveglio".
Ho pochi ricordi delle mie prime Estati, ricordo i racconti dello sciamano, di come noi cuccioli guardavamo con un misto di timore e rispetto quell'uomo dall'età indefinibile che ogni primavera veniva a far visita al nostro clan, il sorriso di mia madre mentre chiama me e i miei fratelli intimandoci di lasciar stare i cuccioli dei cani, le lunghe corse a perdifiato e le lotte con gli altri bambini del clan. Ho ancora vivide le parole di mio padre che mi mette in mano la mia prima lancia, mi parla a bassa voce, stando accosciato a terra per potermi guardare in viso. Ricordo la prima volta che fui invitato dagli adulti a unirmi alla caccia, di come inseguimmo nella notte il bisonte per decine di distanze correndo sulla prateria. La mia prima preda, e la presenza invisibile di mio padre che mi osserva mentre esigo la sua vita.

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E i volti; sono ancora vividi nella mia memoria, le facce di tutti nel piccolo clan del Passo delle Mille Orme: Arwyn Cielo d'Estate e Thimet lo Sfregiato, i più giovani fra i cacciatori, che avevano sempre una pelliccia strana o un pezzo di radice dolce da masticare per noi cuccioli, Clegane il Guercio, che con le sue enormi mani si diceva avesse lottano con un orso delle montagne, rimettendoci tuttavia un occhio, divenuto poi il miglior costruttore di lance del clan, Saamear il suonatore di flauto che, di sottecchi, faceva le smorfie alle spalle del vecchio sciamano, scatenando l'ilarità dei più piccoli e i rimbrotti di mio padre, e con loro tutti gli altri, che nel corso dei miei primi inverni sono stati per me famiglia. Non dovevo aver visto più di dieci o undici primavere quando arrivò la chiamata dei figli dello Spirito del Sangue. A lungo discussero gli anziani e infine mio padre partì, portando con sé i più grandi fra i miei fratelli e tutti gli uomini abili del nostro piccolo clan. Sapevamo che andavano alla Razzia. È singolare come nella mente di un cucciolo questi eventi assumano colori vividi, cresciuti ascoltando i racconti delle guerre dei nostri padri, non avevamo mai visto una battaglia, e osservavamo con invidia gli uomini che al tramonto partivano, sparendo in silenzio fra gli alberi. Quando mio padre tornò lo vidi entrare nella tenda in silenzio e mi alzai per corrergli incontro, ma il mio entusiasmo si spense quando vidi l'espressione sul suo viso. Senza dire una parola si sedette, posò ai suoi piedi la grande falce e lasciò che mia madre gli sciogliesse la treccia della guerra, fissando in silenzio il fuoco acceso all'ingresso della tenda. Sapevo che aveva combattuto ed era sopravvissuto a molte battaglie, che più volte aveva condotto il clan alla battaglia, dando la caccia agli invasori che di tanto in tanto si spingevano verso le nostre terre, inseguendoli in silenzio nella foresta, fiutando la pista e dando loro la caccia fino al momento propizio per finirli, ma mai avevo visto quell'espressione sul suo viso. Mi chiamò a sé e rimase a lungo in silenzio, osservandomi in volto, e stranamente il suo sguardo mi mise a disagio.
"Non vi è gloria nella guerra" mi disse, e mi stupirono quelle parole, pronunciate dall'uomo che sapevo aver fatto voto di morire combattendo contro l'Invasore,
"Il lupo uccide quando ha fame, e lotta per difendere i suoi cuccioli, poiché questa è la sua natura, questo il suo ruolo nella Grande Danza. L'Invasore, i Khenamen, agiscono mossi dall'odio, dai dettami degli Spiriti malvagi di cui sono schiavi. Non vi è onore in questo. Combatti se devi, poiché questa è la tua natura e non devi rifuggirla, lotta fino alla morte, ma non farti mai accecare dalla sete di sangue, figliolo, e non convincerti mai di combattere per qualcosa che non sia la tua stessa sopravvivenza." Detto questo si alzò e uscì, e fino a notte rimase a parlare con gli anziani, lontani dalle nostre orecchie. Non chiesi mai a mio padre o ai miei fratelli cosa videro, ne loro me lo dissero mai.

Quell'estate passò, e ne passarono molte altre, e di inverno in inverno si manifestava in me sempre più evidente il sangue di mio padre. "Il degno figlio di Ithilbur" dicevano, vedendo la grande forza e l'alta statura che gli spiriti mi avevano donato, e sebbene fossi il più giovane, già tenevo testa nella lotta e nella corsa ai miei fratelli maggiori. Ma essi mai se ne ebbero a male, poiché ci amavamo molto, ed essi, al pari di mio padre e mia madre erano orgogliosi dei doni che gli Spiriti mi facevano. Infine passò quel tempo e arrivò il sole in cui smisi di essere un ragazzo e divenni un uomo.
Come ogni Primavera il vecchio sciamano era venuto al nostro accampamento estivo, ai piedi dei Monti Guardiani, recando importanti notizie. Il clan si riunì ad ascoltare le sue parole mentre diceva che tutto il nostro popolo si stava muovendo, che i clan dovevano riunirsi e tutti i Figli dei quattro grandi Spiriti si sarebbero dovuti incontrare per far fronte comune contro la minaccia dell'Invasore. Gli uomini insistettero che mio padre dovesse recarsi all'Altopiano, che fosse suo il diritto di guidare il popolo dei figli del Segugio.

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Si diceva al tempo che mio padre fosse in grado di fiutare un Khenamen lontano cento distanze, e che da quando aveva impugnato la sua prima arma mai nessuno fosse stato in grado di atterrarlo. Tutto il clan insistette, da generazioni erano stati loro a sorvegliare il Passo delle Mille Orme e, dicevano, a loro spettava il compito di guidare questo nuovo Branco che si andava formando; tuttavia, in molti, troppo legati al loro territorio, alle piste che da generazioni avevano imparato a seguire, rifiutarono di spostarsi, dicendo che quella era la loro terra e che non la avrebbero lasciata. Rammento ancora la risposta di mio padre: "Montagne e foreste erano già vecchie quando i Padri dei Padri erano giovani, e saranno ancora giovani quando i Figli dei Figli saranno vecchi, credete davvero che si possano possedere monti e foreste? Il nostro diritto è di cacciare ovunque, liberi, non di possedere la terra, e il nostro dovere è di difendere questo diritto". Era inverno inoltrato quando partimmo, un piccolo gruppo, mentre il resto del clan non ci seguì. La prima barba iniziava a crescere sul mio viso, e il mio piccolo mondo, racchiuso fra le pendici dei Monti Guardiani e le foreste dell'Eco svaniva alle nostre spalle mentre ci addentravamo nel profondo delle terre della nostra gente. Quella notte inseguii il cervo e lo finii e, mentre tornavamo dalla caccia, mio padre mi prese da parte e mi donò il suo coltello, poi poggiò la sua fronte contro la mia, salutandomi come si salutano i Fratelli del clan che si amano molto e che da lungo tempo non si vedono, poi mi invitò a sedermi attorno al fuoco, insieme a lui e agli altri cacciatori; significava che da quel momento non sarei stato più un ragazzo, ma un uomo. Non potevo sapere che quel coltello sarebbe stato il suo ultimo dono.

Quel giorno non tornai nella tenda di mio padre, come vuole la tradizione da quel momento avrei dovuto cercare il mio posto nel mondo, lontano dalla protezione dei miei genitori. Fui ospitato nella tenda condivisa dai miei fratelli maggiori, che prima di me avevano abbandonato quella di nostro padre, e li riposammo fino a giorno inoltrato. Fummo svegliati dalle urla della lotta. Ricordo poco di quello che seguii: le grida, la luce del sole che mi abbaglia, il fragore degli zoccoli dei cavalli, e la figura dell'uomo che fino alla notte prima chiamavo padre, in piedi, con il grande falcione stretto in pugno, a lanciare la sua solitaria sfida, pronto a prestare fede al suo giuramento fino alle estreme conseguenze. "Combatti e muori" mi disse, e la sua voce non era più quella del padre premuroso, ma la volontà insindacabile del Capobranco che si rivolge al fratello. Fuggii, e mentre mi voltavo scappando lontano dalla battaglia vidi l'accusa e la delusione nel suo sguardo, mentre l'arma dello spaventoso Invasore, coperto di pelli lucenti in groppa all'enorme cavallo, calava inesorabile su di lui. Nella vergogna terminò la mia infanzia.
Molte lune sarebbero necessarie e narrare ciò che seguì, di come i Figli dell'Inverno venuti da ogni remota foresta delle terre del mio popolo si riunirono e diedero vita al Grande Branco, e di come senza volerlo raggiunsi l'Altipiano e mi unii a loro. Tantissime sono le storie che intrecciandosi strettamente narrano le gesta di quel gruppo di ragazzi, divenuti uomini, cacciatori e guerrieri all'età in cui oggi ancora i giovani corrono dietro ai cani e si comportano come fanciulle. Il Branco nacque e crebbe, laddove vi era una tenda ne crebbero molte e alti totem furono innalzati per ringraziare lo Spirito che inverno dopo inverno ci guidava tramite la voce degli sciamani lungo le piste nascoste. La prima neve non fu più per noi presagio di sventura, ma l'annuncio del momento della rivalsa: l'Inverno, con le sue notti lunghe e buie era l'alleato che ci accompagnava verso sud, verso le terre che avevamo giurato di liberare. Molte stagioni andarono e venirono, molte battaglie, forse più di quelle che videro i nostri Padri conoscemmo, e noi tutti, che portavamo con noi il ricordo di qualche perdita, nel Branco trovammo la nostra nuova ragion d'essere.

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Erano passati oltre dieci inverni dalla mia fuga, e ancora lo sguardo accusatore di mio padre era vivido nella mia mente. Da allora avevo seguito la pista che lui per me aveva tracciato, pronunciando il giuramento che era stato il suo, e calcando la mia orma laddove ancora risuonavano i suoi passi. Con il dovere avevo sepolto dentro di me la vergogna, e mai con nessuno ne feci parola. Essa divenne la mia forza e mi guidò lungo il sentiero dell'onore, e io mi illusi che dimenticandola la avrei cancellata. Mi nascosi dietro i più alti giuramenti di sacrificio e a essi prestai fede, cercando nella devozione la via per espiare la mia colpa. Così arrivò il tempo in cui il sentiero che per espiazione avevo imboccato mi condusse verso l'inevitabile meta che il sangue di mio padre mi aveva posto innanzi. Verso di essa mi ero diretto per tutto quel tempo senza tuttavia scorgerla nella nebbia del futuro, e la mia scelta di essere un servitore si compì completamente. Le grandi ricerche del Branco erano compiute e gli astri e il sussurro del vento annunciavano stagioni di guerra e grande pericolo. A quell'epoca io e Sigmaar dagli Occhi Rossi, chiamato il Saggio, che dai primi soli era stato per noi guida, eravamo soliti cacciare in coppia, e io, suo più devoto servitore, di buon grado prestavo orecchio ai suoi pensieri, che erano le preoccupazioni per le sorti del Branco. Insieme ci allontanavamo per molti soli, e nei suoni delle foreste e nel silenzio delle alte vette dimenticavamo i nostri tormenti, mentre sotto lo sguardo delle lune seguivamo la stessa pista e condividevamo la preda e la sorte. Non avevo ancora visto il mio trentesimo inverno allora, e lui, altro figlio del mio stesso inverno, era stato per me il nuovo padre da servire, e il nuovo fratello da accompagnare. Fu al termine della caccia, dopo il lungo dialogo silenzioso fatto di sguardi e piccoli gesti che solo noi comprendevamo, che egli mi mostrò la meta al termine del mio cammino.
"Sono stanco" mi disse. "La foresta chiama il mio passo con grande forza, fratello, e il mio spirito è stanco delle voci e desidera il silenzio". Allora non compresi le sue parole, molti inverni ancora mi ci sarebbero voluti per poterle fare mie, ma ciò che disse dopo il silenzio che seguì fu fin troppo chiaro. "Desidero che sia tu a prendere il mio posto, poiché desidero servirti come tu hai servito me, se gli Spiriti ce lo concederanno".
Al tempo mio figlio muoveva i suoi primi passi lontano dalla tenda, e io, come mio padre prima di me, lo seguivo mentre cacciava la lepre nel sottobosco. Jorah Piccola Aquila era sua madre e la mia compagna, e la sua era la voce dello Spirito per il Branco. Grande era la saggezza del suo consiglio, e profonda orma lasciarono in me le sue parole quando gli raccontai dell'intento di Sigmaar.
"Egli ti mostra la sorgente del tuo cammino" mi disse in tono sommesso mentre attendevamo il sorgere del sole, e indicando le sponde coperte di ghiaccio del lago innanzi alla nostra tenda aggiunse:
"Ti sei rifiutato di alzare la testa e guardare dove le tue scelte ti avrebbero condotto mentre risalivi la corrente che ti ha reso ciò che sei. Sei arrivato dove il fiume nasce, ora puoi bere alla sua fonte o lasciare che la corrente ti riporti verso valle."
Molto mi stupirono le sue parole, poiché essa aveva in qualche modo descritto il motivo delle mie scelte senza che mai neppure a lei avessi confidato ciò che mi spingeva a compierle. Ma ella, io lo sapevo, parlava con la saggezza di chi nel vento e negli astri interpreta la Grande Danza, e vede con lo Spirito ciò che è nascosto alla vista.
"Decidere è il più grande dei sacrifici, poiché tutti sono capaci di ubbidire, ma solo pochi riescono ad annullare i propri desideri e a fare le scelte migliori non per sé, ma per tutti. Questo è il più grande dei servigi." E questo fu il mio sacrificio, e da un figlio che avevo avuto fino a quel momento molti altri ne ebbi da allora: tutti i giovani che da ogni remota foresta si unirono al Branco.
Nella mia memoria quel giorno è vivido come lo è il ricordo delle lune della scorsa notte, ma molte e molte stagioni sono trascorse da allora.

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Il cucciolo che inseguiva la lepre, e che sembra che solo il sole scorso lo sollevavo verso il cielo e gli donavo un nome, arriva ormai a guardarmi negli occhi e mi accompagna sulla pista della preda. Quel primo Branco è molto cambiato, e non assomiglia nemmeno un po' al piccolo clan del Passo delle Mille Orme, ma squadre di esperti cacciatori ne perlustrano i territori, mentre le bande di guerra si radunano numerose ai piedi dell'alto totem. Guardo tutti questi giovani che mentre passo battono all'unisono la lancia al suolo e chinano il capo, rivolgendomi il saluto al Capobranco, e nei loro volti fieri e giovani rivedo quei fratelli che tanto vigliaccamente abbandonai. Vorrei parlare con ciascuno di loro, dirgli che ogni cosa andrà bene e che la fiducia che mi hanno accordato non è stata mal riposta, ma il tempo stringe, e non posso permettere che essi scorgano in me alcuna traccia di timore o dubbio, poiché questa è la solitudine di un Capobranco. La piccola tana di pietra è a poche distanze e il sole inizia a tramontare, e mentre Jorah, la Piccola Aquila, acconcia i miei capelli nella treccia della guerra, ormai lunga più di quella che fu di mio padre, guardo mio figlio che in silenzio siede davanti a me. Egli mi seguirà alla Razzia, e so che non fuggirà. È la sua prima battaglia, e leggo nei suoi occhi, che si dice siano uguali ai miei, quello sguardo fermo che fu di mio padre. Molti nomi mi sono stati dati in questi lunghi inverni, sono stato Zampa di Puma, Il Vigoroso, il cacciatore di mezzi bestia, il Saggio, e forse presto il Vecchio, ma fra tutti i nomi con i quali sono stato conosciuto solo due desidero ora che vengano ricordati: figlio e padre. Al sorgere delle lune inizierà la battaglia ma il mio animo è sereno, poiché comunque andranno le cose so che quando il mio Spirito sarà stanco di calcare la sua orma sulla neve e andrà verso quella valle dove le lune non tramontano mai e il morso del lupo mai manca la gola del cervo, allora potrò guardare mio padre negli occhi, poggiare la mia mano sulla sua nuca e toccare la sua fronte con la mia, salutandolo come si saluta il fratello che tanto si ama, e in silenzio, attenderemo il momento in cui, con orgoglio, potrò presentargli il figlio di suo figlio.

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