Fa  freddo

Autore: Myta

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Fa freddo, qui.
Fa maledettamente freddo, qui.
Non ha pietà, questo gelido inverno.
La punta delle mie dita tremanti sta cominciando a farsi di un color viola livido.
Colore di morte.
Osservo il mio respiro condensarsi in questa angusta prigione.
Penso, ricordo... e maledico.
Dannazione, le lacrime che sfuggono ai miei occhi iniziano a gelare, ed un dolore acuto mi attanaglia le palpebre. Le chiudo, sperando in un minimo di sollievo.
Oh, quale tremendo errore.
Subito emergono dalle nebbie della memoria quelle acque scintillanti di vita, i pesci guizzanti alle prime albe di primavera. Lo sciabordare del lago sugli ormeggi e contro il pontile, il dolce odore di crostata nell'aria del pomeriggio...
Oh, maledizione.
Serro i denti ed i pugni quando iniziano le grida.
Il terrore di quel terribile giorno mi serpeggia nelle viscere. Il sorriso della mia bella Themys, la curva dei suoi fianchi prosperosi, l'azzurro spaventoso del suo sguardo...
La sua chioma di sole imbrattata di rosso vermiglio.
Oh dolore, oh dolore, il tempo consuma ogni cosa, ma il tuo tocco sempre vivido si abbatte su di noi...
Sento i passi del guardiano pressare il manto candido della neve, qui fuori.
Il momento si avvicina.
Ed il mio unico pensiero è per quella casa, quel modestissimo rifugio che ho voluto comprare, per lei...
Bastava un suo sorriso a cancellare la stanchezza, le ustioni del sole sulla fronte, le piaghe delle reti ispide sui palmi. Quella casa, andata in fumo...
Qui ci sono solo io.
Chi sarà rimasto, al porto?
Chi starà piangendo le mie sorti? A chi sarà toccato di lavare via il sangue?
Un rude richiamo mi giunge da molto vicino. Non capisco. Tento di schiudere gli occhi e separare le ciglia incrostate di pianto rappreso.
- Ho detto alzati!
Mi sento afferrare per il collo del maglione, e mi sfugge un singulto. Il mostro ride, beffardo. Mi trascina fuori dalla grotta ed io, legato ai polsi e alle caviglie, non sono che un ridicolo peso inerme sulla sua spalla nuda.
Un coro spettrale riempie l'aria, suoni duri e gutturali che non comprendo, e mi atterriscono. Non riesco a distinguere nemmeno una delle sagome danzanti difronte a me.
Un dolore improvviso mi comunica che sono stato sbattuto contro una superficie dura e ghiacciata, forse il suolo.
E lentamente, terribilmente, nel macabro concerto di voci straniere inizia a farsi largo una parola che conosco.

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Bahel... Bahel... Bahel...
Oh, Vilmis, quale salvezza posso trovare?
- Bahel!
Il grido dello sciamano accompagna l'affondare di un osso affilato al centro del mio petto. Un'esplosione di suoni e di dolore si impossessa di me.
Qualcuno mi aiuti...
Qualcuno mi salvi...

All'improvviso, luce. Accompagnata da un rumore fragoroso, insopportabile.
Mi trascino a fatica fuori dalle acque scure, emettendo un grido disperato, così profondo da lasciarmi senza fiato.
Dove sono?
Apro gli occhi, mettendo a fuoco quel che mi circonda, penosamente rannicchiato su me stesso in un fagotto tremante.
Lo Stagno. Sono tornato.
Un'improvvisa pugnalata in pieno petto mi costringe a gridare di nuovo. Nella mente, tutt'a un tratto, le grida dei barbari. Il freddo.
Io ricordo.
Sono tornato, e ricordo.
Il tempo sembra scivolarmi addosso. I giorni si susseguono, uno uguale all'altro, e le cure delle sacerdotesse, seppur con lentezza, hanno sanato le mie deboli membra.
ormai giunta la primavera, e finalmente posso tornare al porto... a casa...
Ma perché ricordo?
Non una sola notte di sonni tranquilli, non un minuto di pace.
Perché io ricordo?
Al porto le facce di tutti sono incredibilmente scolorite. Tutti gli occhi fissano le magre assi del pontile: nessuno rivolge un saluto, nessuno sorride.
Devo sapere.
Inizio a fermare ogni viso noto, a porre sempre la stessa domanda.
Dov'è Themys? Qualcuno l'ha vista?
Le uniche risposte che ottengo sono inespressivi scuotere di teste, sguardi desolati che subito si spengono in un'apatia mortale.
Un altro inverno è alle porte e la mia Themys non è tornata.
Non conto neanche più i giorni che ho passato ad aspettarla, con gli occhi fissi a quelle acque misteriose e ribollenti. Pregando e sperando, sentendomi dire che forse non dovrei più.

Non so quanto tempo ormai sia passato.
Sfoglio un giorno dopo l'altro, una stagione dopo l'altra, una bottiglia di vino dopo l'altra.
Ed ogni istante è impregnato di ricordi, mentre tutto il resto scorre via.
Spesso penso al giorno in cui ho venduto l'ultimo pesce, raggiungendo finalmente la somma necessaria a comprar casa, a realizzare il nostro sogno.
Diamine... era un luccio più grande di un cavallo.

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